Artisti e droghe un’enigmatica connessione

Ottobre 24, 2023
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Basquiat e Andy Warhol raffigurati da Basquiat

Le prime prove dell’uso di droghe tra gli artisti possono essere fatte risalire a culture antiche. In particolare, l’antico Egitto fornisce alcune delle prime raffigurazioni del papavero da oppio, suggerendo l’uso dell’oppio per scopi medicinali e potenzialmente ricreativi. Anche gli antichi Greci e Romani si dedicavano al consumo di oppio, associandolo occasionalmente all’ispirazione artistica.

Tra il XVIII e il XIX secolo, artisti e scrittori iniziarono ad avventurarsi nel regno delle sostanze che alterano la mente. L’oppio, l’alcol e gli allucinogeni come l’assenzio guadagnarono popolarità, soprattutto tra poeti e scrittori come Samuel Taylor Coleridge e Charles Baudelaire. Queste sostanze erano viste come catalizzatori per esplorare nuove prospettive ed espandere gli orizzonti creativi.

fumatori di oppio

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’uso di droghe tra gli artisti divenne ancora più evidente. Il movimento simbolista, in particolare, ha abbracciato l’esplorazione di stati alterati di coscienza e immagini oniriche. Questo fascino a volte portava gli artisti a sperimentare le droghe. Il poeta francese Arthur Rimbaud, famoso per la sua associazione con l’assenzio, ne costituisce un esempio.

Edouard Richter – Sheherazade

Il movimento surrealista emerso all’inizio del XX secolo ha scavato profondamente nei sogni e nel subconscio. Artisti come Salvador Dalí e scrittori come Antonin Artaud si sono rivolti a sostanze psicoattive come la mescalina e il peyote per stimolare la loro creatività e sbloccare le profondità profonde della loro immaginazione. Si credeva che queste sostanze offrissero un canale diretto alla mente subconscia, consentendo agli artisti di rappresentare le loro visioni più sfrenate.

La Beat Generation, negli anni ’50 e ’60, vantava una schiera di scrittori come Jack Kerouac e Allen Ginsberg che abbracciarono apertamente l’uso della droga come mezzo di espressione artistica. La marijuana e gli allucinogeni come l’LSD si intrecciarono con la loro posizione controculturale e anti-establishment. Le droghe erano viste come un veicolo per trascendere le norme sociali, esplorare la libertà personale ed espandere la coscienza.

Tra gli artisti più iconici della storia, la genialità di Vincent van Gogh fu tragicamente rovinata dall’angoscia mentale. Tormentato da demoni implacabili, cercò conforto nelle profondità del verde abbraccio dell’assenzio. Il potente elisir ha sbloccato un regno di colori vividi e intensità emotiva, come si vede nelle affascinanti pennellate di “Notte stellata”. Tuttavia, lo stesso elisir che alimentò il suo fervore artistico contribuì anche alla sua caduta nella follia, portandolo al famigerato atto di tagliarsi un orecchio.

Salvador Dalí, il famoso artista surrealista, era profondamente affascinato dal potenziale delle sostanze psicoattive per accendere la sua creatività e accedere agli strati più profondi della sua immaginazione. Dalí sperimentò sostanze come la mescalina e il peyote, credendo che potessero sbloccare nuovi regni di ispirazione artistica. Alterando deliberatamente la sua percezione, Dalí cercò di attingere al subconscio e di ritrarre le sue visioni surreali con un’intensità senza pari. I suoi dipinti iconici, caratterizzati da immagini oniriche e orologi che si sciolgono, portano l’inconfondibile influenza della sua esplorazione in stati alterati di coscienza.

Jean-Michel Basquiat

L’ascesa fulminea e la tragica scomparsa di Jean-Michel Basquiat risuonano ancora nel mondo dell’arte. Da giovane artista di graffiti diventato pittore, Basquiat si è trovato all’incrocio tra fama e autodistruzione. La cocaina divenne la sua confidente, spingendolo in frenetiche esplosioni di creatività. Le sue opere crude ed espressive, come “Untitled”, testimoniano l’intensità delle sue emozioni e i sussurri caotici che echeggiavano nella sua mente turbata. Ma sotto la superficie della genialità artistica si nascondeva una realtà inquietante: la droga lo consumava, portandolo infine alla sua morte prematura all’età di 27 anni.

In Italia Mario Schifano nel 1965 a Roma, divenne ufficiosamente l’organizzatore dell’ “Afterparty” dopo le serate al nightclub Piper di via Tagliamento; il festino “after” nell’appartamento di Mario, era una situazione in cui partecipavano volti importanti tra cui i Rolling Stones, la loro musa Anita Pallenberg (che prima di fidanzarsi con Richards fu l’“infedele” compagna di Schifano), Patty Pravo, Ettore Rosboch e Eleonora Giorgi. Si sperimentavano droghe e si ballava a tempo di suoni e ritmi “sperimentali”. 

Schifano morì di eccesso di droghe a 64 anni, Angeli a 53 di Aids, Festa a 50 di cirrosi perché alcolizzato. 

Mentre ci immergiamo in queste storie, dobbiamo ricordare le complessità e le contraddizioni inerenti al rapporto tra arte e droga. È una danza scomposta tra ispirazione e devastazione, dove il confine tra genio e follia si sfuma. Comprendendo e riconoscendo questa intricata interazione, possiamo iniziare a svelare l’enigma che lega insieme arte e droga, trovando conforto nell’ombra e speranza nelle tragedie che hanno plasmato il panorama artistico.

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