Yayoi Kusama, tra sogno e follia

Giugno 23, 2024
3 mins read
Yayoi Kusama

A 95 anni Yayoi Kusama è la più nota ed influente artista giapponese vivente e la sua vita, tormentata dalla malattia mentale, è indissolubilmente legata al suo percorso creativo.

Il legame invisibile tra salute mentale e creatività è uno tra i più indagati di sempre. Molti tra gli artisti più famosi sono stati tormentati da allucinazioni, forme d’ansia e di depressione. Uno tra i più grandi inventori del XX secolo, Nikola Tesla soffriva di disturbo ossessivo compulsivo, Joan Mirò e Van Gogh manifestarono prima dei 18 anni i primi sintomi di depressione. Edvard Munch soffriva di disturbo bipolare; molti altri artisti come Virginia Woolf, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Sylvia Plath, Robert Lowell, Marina Abramovic hanno lottato con disturbi simili e hanno dovuto affrontare come con vari stigma e pregiudizi nel corso della loro vita.

Molti altri come l’italiano Tano Festa o come Jean-Michel Basquiat caddero vittime di dipendenze da stupefacenti , vivendo in uno stato di perenne alienazione psichica.

E tanti, esattamente come Yayoi Kusama hanno riportato nel loro lavoro artistico il proprio io, tormentato e fragile.

Yayoi Kusama

Potrebbe non esservi attualmente artista più discusso di Yayoi Kusama. Anche se definita dai critici d’arte la pioniera della pop art, Yayoi non si adatta pienamente a nessun movimento o stile, proprio perché ha sviluppato un’arte estremamente personale che è una forte espressione del suo mondo interiore. Dopo una vita attraversata, fin da piccolissima, da disagio psicologico, attacchi di panico, allucinazioni e tentativi di suicidio, è lei stessa a definire le sue opere come “arte psicosomatica”.

Un’arte che è il prodotto di laceranti guerre spirituali e a cui in passato artisti come Munch hanno definito “Espressionismo”.  

Cresciuta da una madre autoritaria e da un padre depresso,Yayoi  Kusama ha scoperto le macchie della sua caratteristica “infinity net” all’età di dieci anni. Traumatizzata dall’ambiente senza speranza del Giappone del dopoguerra, l’artista iniziò, fin dall’infanzia, a soffrire di una serie di problemi di salute mentale, tra cui il disturbo ossessivo-compulsivo e le allucinazioni, descritte come “schemi che si muovono, si moltiplicano, divorano tutto intorno a me e alla fine mi consumano”. E la sua arte, con la raffigurazione di schemi ripetitivi, espressione delle sue visioni è stata al tempo stesso una esteriorizzazione e uno strumento che l’artista ha utilizzato per uscire da quel profondo tumulto interiore.

Un altro trauma infantile di Yayoi lasciò segni profondi nella sua vita e nella sua arte. Il suo odio per gli uomini e la sua sessuofobia hanno dato vita alle “sculture morbide”, altro elemento distintivo del suo lavoro. Kusama cresce in una famiglia senza amore, in un ambiente conservatore, costretta dalla madre a spiare le relazioni extraconiugali del padre e a testimoniarne ripetutamente i tradimenti. Una condizione insopportabile che la porterà poi a fuggire dal Giappone. Nel 1958 Yayoi, dopo un lungo scambio epistolare con l’artista Georgia O’Keeffe, si trasferisce prima a Seattle e poi a New York. Sull’aereo in viaggio verso la Grande Mela mentre guarda fuori dal finestrino, l’artista avverte una allucinazione composta da migliaia di reti che sembrano espandersi sull’oceano; da quel ricordo nascerà nel 1960 l’opera “Pacific Ocean“. Sempre in quegli anni Yayoi si unirà ai movimenti d’avanguardia newyorkesi, entrando in contatto con grandi nomi come Eva Hesse e Andy Warhol.

La carriera artistica di Yayoi ha alti e bassi negli States, in parallelo con le sue condizioni psichiatriche. Di questo periodo sono le opere d’arte AccumulatiumSex Obsession e l’installazione One Thousand Boat Show, in cui Kusama alla galleria di Gertrude Stein sfida il patriarcato attraverso innumerevoli forme falliche.

Yayoi Kusama

Tra le opere di Yayoi Kusama degli anni Sessanta ricordiamo anche la performance del 1966 alla Biennale di Venezia. Qui l’artista si presenta senza invito e crea l’opera Giardino dei Narcisi, per la quale getta 1500 sfere galleggianti nei canali di Venezia.

Yayoi Kusama

Nel 1969 fonda la Kusama Enterprises che commercializza su borse, abbigliamento, oggetti e macchine, i suoi famosi motivi.

Nel 1973 torna in Giappone e a seguito di un tentativo di suicidio si fa ricoverare in una clinica psichiatrica dove vive ancora oggi.

Nel 1993 Kusama espone alla Biennale una sala degli specchi con le zucche che diventeranno il suo simbolo più celebre insieme agli storici pois.

Tra le opere più importanti di Yayoi Kusama troviamo inoltre Infinity Mirror Room, stanze ricoperte di specchi che portano il lavoro dell’artista alla dimensione tridimensionale con un effetto caleidoscopico, e Gleaming lights of the Souls, in cui torna il tema degli specchi in abbinamento alle luci led intermittenti che scendono dal soffitto per creare un’enorme scatola ottica.

L’arte astratta di Yayoi Kusama, con i suoi elementi spiccatamente grafici, colorati e futuristici tra gli anni ’90 e i 2000 si diffonde rapidamente in tutto il mondo, proprio per la sua compatibilità con lo zeitgeist dell’era di internet. Infinity Rooms consente allo spettatore di perdere il senso della propria identità scomponendolo in una serie di immagini che a loro volta costruiscono un altro universo. Questa  opera è stata ispirata a Kusama proprio da quel senso di frammentazione e scomposizione dell’io caratteristico della sua malattia mentale, da quel senso di smarrimento provato dall’artista nel non riuscire a comprendere se quei pensieri e quelle proiezioni siano stati creati dalla propria mente o se siano stati messi lì da altre persone, reali o immaginarie che siano.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Don't Miss