Steve Jobs e il Bauhaus

Ottobre 6, 2023
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palazzo in bianco e nero con scritta Bauhaus

“Se osservate bene i computer, in realtà sembrano spazzatura”, disse un ventottenne Steve Jobs alla folla riunita ad Aspen, in Colorado, per la International Design Conference del 1983. 

Apple quell’anno avrebbe venduto tre milioni di computer per arrivare tre anni dopo, nel 1986 a venderne oltre 10 milioni, “sia che sembrassero un pezzo di merda o che fossero fantastici”.  

Ma Jobs puntava a che fossero esteticamente una bomba. 

Questo nuovo oggetto”, disse, “sarà presente nell’ambiente di lavoro di tutti noi. Si troverà nell’ambiente domestico delle famiglie di tutto il mondo,  la nostra scommessa sarà quella di creare un oggetto fantastico”

Circa ottanta anni prima, in Germania, gli artisti, i designer e gli artigiani associati al Bauhaus avevano affrontato un problema molto simile. 

Guardando la grande ascesa della produzione manifatturiera del primo ‘900, avevano osservato come i prodotti in serie destinati all’ambiente domestico, fossero completamente privi di arte, di carattere e di bellezza. Così intervennero creando mobili, elettrodomestici e persino tessuti che potessero coniugare la funzionalità e l’apparente schematicità e praticità della produzione in serie con originalità ed eleganza.

Il fulcro centrale del progetto Bauhaus spiegato attraverso le parole dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe era la semplicità, proprio quel “Less is More” che ha trovato poi così tanta applicazione nel design della Apple.

Un principio che andava oltre la oltre la semplicità delle forme; linee pulite e geometriche e superfici eleganti per rendere più accessibile l’utilizzo quotidiano.

Ogni articolo dovrebbe essere progettato in modo impeccabile per essere più facilmente fruibile dal consumatore medio“.

Nel Bauhaus e nei prodotti Apple, c’è pertanto un’idea di mettere ordine in qualcosa di molto complesso.

Ma Steve Jobs non era sempre stato d’accordo con i principi del Bauhaus.

 I primi uffici della Apple (dopo che il team lasciò il garage della famiglia Jobs) condividevano un edificio con un ufficio vendite Sony. 

Jobs era affascinato dal design dei prodotti Sony e spesso veniva avvistato girare nel building mentre ne sfogliava le brochure. 

Negli anni ’70, Sony era uno dei pochi brand ad avere un look distintivo e caratteristico. Molto voluminoso, molto maschile, ogni pezzo sembrava urlare “eccomi sono un oggetto elettronico di consumo”.

Ma nel 1981, quando Jobs partecipò alla sua prima conferenza all’Aspen Institute, il suo interesse per un design così pesantemente industriale stava già cominciando a scemare. 

Il campus dell’istituto in Colorado era stato progettato dall’artista e architetto austriaco Herbert Bayer negli anni Quaranta e Cinquanta, allora l’ultimo maestro Bauhaus sopravvissuto. Circondato da edifici, mobili e segnaletica sans serif realizzati su misura per gli ideali Bauhaus, Jobs era immerso nell’eredità del movimento.

Due anni dopo, Jobs esplicita ancor meglio quanto i principi Apple si dovessero ispirare al Bauhaus. “Il modo in cui gestiamo l’azienda, il design del prodotto, la pubblicità, tutto si riduce a questo: rendiamolo semplice. Davvero semplice.” Sottolineò quindi l’elemento distintivo tra i computer Apple e gli altri principali competitors.

“Li renderemo brillanti, puri nel loro essere high-tech, non saranno caratterizzati da quel nero così profondamente industriale di Sony”.

Rimanere fedeli ai materiali era un altro segno distintivo del Bauhaus. L’iconica Wassily Chair (1925-28) del designer ungherese-americano Marcel Breuer , ad esempio, enfatizzava i materiali high-tech: in questo caso un tubo d’acciaio cavo che Breuer aveva notato per la prima volta utilizzato per i telai e i manubri delle biciclette. Invece di nascondere o rivestire il futuristico alluminio, Marcel Breuer lo cromò, in modo da renderlo ancora più evidente.

Anni dopo, quando Jobs e l’influente designer Apple Jonathan Ive stavano assemblando il primo iMac, decisero per un guscio traslucido che mostrasse il circuito all’interno. “Sia metaforicamente che nella realtà, la traslucenza collegava l’ingegneria interna del computer al design esterno”, scrisse Walter Isaacson nella biografia di Steve Jobs uscita nel 2011. 

Come un Bauhaus del 21° secolo, Apple aveva riunito diverse professioni creative e le aveva unite in un unico prodotto.

Jobs era anche ossessionato dalla tipografia. Bayer, l’uomo dietro l’Aspen Institute, aveva progettato lui stesso il classico carattere Bauhaus che veniva utilizzato nei materiali promozionali. 

Era sans-serif, minimal e moderno. Nello stesso modo in cui alcuni font furono utilizzati da Apple. 

Che sia sul dispositivo, sulla schermata iniziale o sulla confezione, tutto il marchio Apple è coerente e riconoscibile attraverso quel font.

Ma la tipografia è solo una componente di quella visione di “total design” che unisce Apple e il Bauhaus. Il Bauhaus credeva che tutti i campi creativi, siano essi architettura, grafica o pittura, dovessero confluire in un gesamtkunstwerk , un’opera d’arte totale. 

Anche per Apple non è solo una questione di prodotto. Riguarda la confezione, il bancone su cui si trova la confezione, l’ambiente che ospita quegli scaffali e l’ubicazione di quel negozio.”

Stiamo puntando davvero alla qualità del Museo di Arte Moderna”, disse una volta Steve Jobs al suo team  Apple. Ci sono riusciti, letteralmente. Dieci prodotti Apple ora risiedono nella collezione permanente di design del MoMA , inclusi l’iPod di prima generazione e l’iMac. Sono tutti caratterizzati da linee eleganti, colori chiari, bordi smussati e forme geometriche: un aspetto che devono, in parte, all’influenza del Bauhaus.

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