Ma il critico d’arte ha ancora un senso?

Gennaio 9, 2024
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Critico d'Arte quadro Roy Lichtenstein

Il critico d’arte è ormai diventato una figura in disuso, anzi peggio: superflua. Nell’epoca dell’immagine, della mancanza di tollerabilità alla più piccola frustrazione, in quanti darebbero il giusto valore a una critica anche se costruttiva? Nessuno. Del resto oggi è dato ampio risalto alla figura del curatore, spesso confuso con il critico d’arte, sebbene si tratti di due figure completamente differenti. Il curatore è colui che accompagna l’artista nel processo creativo, che ne condivide finalità e intenti, il critico dovrebbe, ed il condizionale e d’obbligo, essere colui che spiega in termini comprensibili ai più – e non attraverso un linguaggio criptico da “addetti ai lavori”-  l’opera, esprimendo un giudizio di merito o demerito in base a caratteristiche oggettive : tecnica artistica, originalità della produzione, contesto culturale o eventuale corrente di appartenenza e che infine formula un giudizio: stroncatura o osanna che sia.

Le recensioni oggi sono per lo più un copia e incolla dai comunicati stampa delle Gallerie o dei Musei, è ormai trascorso molto tempo da quando non assistiamo ad una recensione che sia meno che entusiasta, che non sottolinei il plauso e la straordinaria affluenza da parte del pubblico, anche se l’evidenza  mostra una realtà molto differente.

Fa bene tutto questo all’arte?

Pensiamo di no. L’arte contemporanea proprio perché troppo vicina a noi per essere storicizzata e osservata con sguardo distaccato e quindi critico, già risente molto di una incapacità ad accogliere larghi consensi. Quante volte capita di sentir dire “Mio figlio a 3 anni lo farebbe meglio”. Questo accadeva anche ai tempi di Lucio Fontana, ormai ampiamente storicizzato. A tal proposito un buon critico dovrebbe essere colui che si pone come elemento di mediazione tra l’artista e lo spettatore, spiegando del perché non è vero che un cretino qualunque potrebbe produrre un “taglio” alla Fontana. Ed è evidente che questo compito non potrebbe essere assolto né da un curatore, troppo coinvolto nel rapporto con l’artista, né da un ufficio stampa a cui è affidata la promozione della mostra, né dal Project Manager, termine ormai ampiamente di moda anche nel campo artistico che spesso si incarna nella figura di un qualcuno a cui l’artista è legato da debito di riconoscenza e che è necessario citare per motivi di puro e semplice opportunismo.

Non molto tempo fa, unica voce fuori dal coro, abbiamo letto una recensione molto dura nei confronti della Mostra su Artemisia Gentileschi a Genova, Palazzo Ducale. Una critica che sollevava molte perplessità circa il taglio che era stato dato all’esposizione, circa la scelta dei quadri, e degli altri artisti che, in modo molto forzato, erano stati inclusi nel percorso espositivo.

Una critica intelligente e costruttiva, che invogliava lo spettatore a visitare la mostra e a elaborare alla luce di quanto letto e quanto poi riscontrato di persona, un giudizio proprio.

Ecco ciò è quanto dovrebbe fare oggi un critico d’arte. Per il bene di tutti.

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