Da Matty Mo al ruolo dell’artista nella AI

Settembre 18, 2023
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Per iniziare un discorso sull’AI non si può non tenere presente il contributo dato a questo tema da Matty Mo

Matty Monahan, noto come Matty Mo, è il creatore del gruppo d’arte concettuale “The Most Famous Artist”.

Geniale, capace di valicare i confini dell’arte per creare nuovi linguaggi o codici espressivi, sia che stia creando un immenso murales che una micro scultura, Matty Mo è la personificazione perfetta del motto di Andy Warhol “Art is anything you can get away with”.

Riconosciuto già nel 2017 da Forbes un comunicatore ed innovatore di raro talento, dopo aver creato nello stesso anno a Venice Beach a Los Angeles quello che è stato definito il #selfiewall più instagrammabile degli USA, è stato tra i primi fautori della discussione, oggi così al centro dell’attenzione, su intelligenza artificiale e impatto sulla vita quotidiana.

Nel 2017 l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni, era ben lontano dai risultati degli ultimi mesi.

Matty Mo, lavorando a stretto contatto con hacker di tutto il mondo iniziò a creare ritratti di volti digitalizzati di operai, mercanti d’arte, piloti, tassisti, e anche artisti; tutte figure, secondo Mo, che potranno essere agevolmente sostituite una volta che le macchine riusciranno a fare un lavoro migliore.

Ma se possiamo ipotizzare che sarà più che realistico sostituire la macchina all’uomo in ulteriori ambiti rispetto a quelli che sono già oggi di estesa applicazione, questo può valere anche per l’arte nella sua interezza? Potrà l’intelligenza artificiale sostituirsi completamente all’artista?

Può una macchina portare all’interno di un’opera il vissuto, l’idea, le emozioni, la gioia e il dolore di un’artista?  L’AI sarebbe in grado di sostituirsi ad un ipotetico Van Gogh ancora non nato , di creare quelle pennellate potenti senza trentasette anni di un vissuto fatto di solitudine, isolamento, malattia mentale, e mille altre componenti caratteriali ed emozionali?

Pensiamo al titolo voluto da Antonio Pedrosa per Venezia Biennale Arte 2024 “Stranieri ovunque – Foreigners everywhere”. Potrà mai una macchina esprimere quella difficoltà e quel dolore di vivere provato da artisti messi all’indice, esiliati, disconosciuti nel loro Paese d’origine?

Molto interessante è stato il contributo dato alla discussione da Nick Cave; rivolgendosi ad un fan che gli aveva inviato una canzone composta da ChatGPT  ”nello stile Nick Cave” rispose Scrivere una buona canzone non è imitazione o ripetizione o pastiche: è l’opposto.

E’ un atto di auto-uccisione che distrugge tutto ciò che uno ha faticosamente prodotto nel passato.

Sono proprio queste partenze pericolose e mozzafiato che catapultano l’artista oltre i limiti di ciò che lui o lei riconosce come il proprio sé.

Questo è parte dell’autentico sforzo creativo che precede l’invenzione di un testo unico, di valore; è il confronto estenuante con la propria vulnerabilità, con la propria pericolosità, con la propria piccolezza, contro il senso di scoperta improvvisa e shoccante; è l’atto artistico salvifico che agita il cuore dell’ascoltatore, e in cui l’ascoltatore riconosce nel lavoro interno della canzone il proprio stesso sangue, la propria stessa lotta, la propria stessa sofferenza. Le canzoni vengono fuori dallo sforzo interno, complesso, umano della creazione e beh, per quanto ne so io, gli algoritmi non sentono. I dati non soffrono”. Nick Cave – The Red Hand Files, issue #218, January 2023.

Insomma temiamo avrebbe il sapore di un déjà vu

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